Un capitolo di Autobiografie immaginarie (Gianluca Barbieri, Mimesis 2019)

2.8 Autobiografia e cura di sé

Dalle mie parole avrò ottenuto di aver meglio guarito me stesso” (A. De Musset, La confession d’un enfant du siècle)

Secondo White (1992), ogni volta che viviamo un’esperienza, la inquadriamo in una narrazione interiore connessa intimamente al sistema di idee e di credenze personali e culturali che costituisce la nostra visione del mondo. Organizzare gli accadimenti in storie ci dà l’illusione di poterli controllare e ciò contribuisce a confermare e rafforzare circolarmente i nostri parametri di riferimento che ci orientano nella realtà esterna e strutturano il nostro mondo interno. Può accadere però che questo sistema, per qualche motivo, perda i suoi automatismi, ci faccia percepire in parte alterata la sua coerenza e di conseguenza il nostro senso di sé può entrare in crisi. La nostra narrazione interiore, riferita a noi stessi e alla realtà, non risulta più adeguata e sembra girare a vuoto, perciò si rende necessario ristrutturare la cornice di significati al cui interno potremo ricollocare le nostre esperienze, le emozioni, le sensazioni e i pensieri riferiti al passato e al presente.

Quando viviamo questo disagio, avvertiamo la necessità di approfondire lo sguardo su noi stessi. In questo processo di autosservazione riflessiva è utile essere accompagnati dalla scrittura autobiografica, che evidenzia una notevole portata riparativa. Secondo Hanna Segal (1935, 1991) e Melanie Klein (1936), la riparazione consiste nell’elaborazione degli affetti spiacevoli connessi a una serie di contenuti psichici che vengono bonificati, metabolizzati, resi pensabili. La riparazione si differenzia dall’evasione: evadere significa distogliere lo sguardo dall’oggetto di pensiero, orientandolo in una direzione diversa; riparare è invece fissare il proprio sguardo sul contenuto mentale disturbante per comprenderlo (nel senso etimologico di “prenderlo con sé”), per accoglierlo come parte di noi stessi che va osservata, indagata, ripensata e, appunto, riparata.

Ferrari (1994) precisa che la funzione riparativa della scrittura autobiografica dipende in primo luogo dal fatto che è abreattiva (consente una scarica emozionale con cui il soggetto si libera dall’affetto legato al ricordo di un evento), poi ripetitiva (la ripetizione dell’evento evocato coincide con una sua elaborazione psichica, come nel lutto) e infine correttiva (il ricordo modifica la traccia e ha funzione difensiva). La ripetizione psichica e narrativa dell’esperienza traumatica aiuta a transitare dalla passività nei confronti del trauma all’attività rielaborativa che porta ad un controllo retrospettivo sugli avvenimenti vissuti (Barbieri, 2004).

Questa riparazione, emotiva e al tempo stesso cognitiva, rende possibile la ristrutturazione della prospettiva attraverso cui attribuiamo una serie di significati alla realtà e a noi stessi, favorisce la riconsiderazione delle nostre esperienze, del nostro passato e del nostro presente, che possiamo osservare da un punto di vista differente, in modo da ri-comprendere e ri-valutare l’oggetto del nostro pensiero. Carabba, nella sua autobiografia, descrive questa esigenza interiore:

L’episodio era reale, come tutti quelli della mia vita, solo che rimbombava… Diceva che le cose … bisogna metterle nella posizione giusta, se non vogliamo che ci influenzino nell’ombra1.

È da questa “posizione giusta” che si può attivare il processo di riparazione. Processo complesso e orientato in profondità, nonostante alcuni detrattori liquidino la scrittura autobiografica come una pratica che ha semplicemente l’effetto di confermare e spesso di accentuare il narcisismo del soggetto.

Per mostrare l’inconsistenza di questa idea semplicistica, peraltro smentita dalla realtà, è sufficiente considerare alcuni aspetti fondamentali della scrittura dell’io. In primo luogo il testo autobiografico ha una natura intimamente dialogica. Non perché debba necessariamente essere indirizzato a un destinatario diverso dall’autore, ma soprattutto perché è il risultato di una serie di rifrazioni dell’immagine di sé che si intrecciano in modo dialettico e articolato. Queste rifrazioni sono: il sé come autore reale, come autore implicito, come personaggio e come principale destinatario. Inoltre il sé che l’autore crea sulla pagina si trova a relazionarsi con gli sguardi di un ipotetico Altro da sé e soprattutto dell’onnipresente Altro in sé (Barbieri, 2007). La conseguenza di questa dimensione dialogica è che l’immagine di sé stesso che l’autore mette in campo è multipla, complessa, stratificata, ambivalente e condizionata dal vertice prospettico da cui è effettuata. Vertice mutevole, metamorfico, che genera un’immagine narrativa di sé plurale e caleidoscopica: caratteristica derivante anche dal fatto che l’autore non scrive solo di sé, ma anche di altri con i quali ha instaurato relazioni significative, a volte dotate di risvolti problematici. E con questi altri l’autobiografo, durante la redazione del testo, è portato a identificarsi2, a condividere il loro punto di vista, a relativizzare la rappresentazione di sé in relazione all’altro e a rivivere in modo intimo quella dell’altro in relazione a sé.

Tornando al tema della riparazione, cosa ci accade dunque quando scriviamo di noi stessi? In che modo questa pratica risulta “clinica”, come ha scritto Demetrio? Che fine fanno la nostra inquietudine, la nostra insoddisfazione, la nostra sofferenza?

La scrittura autobiografica non funziona come un “farmaco sintomatico”. È una terapia lenta, fragile, delicata, precaria, le cui ricadute terapeutiche dipendono dall’autore stesso. La “cura definitiva [è] impossibile”, il “rasserenarsi dell’animo è una parola in più sottratta all’indistinto, al non ancora detto”; le persone che scrivono “trovano nell’analisi di sé stessi non un congegno per guarire ma, anzi, per ancor più “patir” – percepire – con la ragione e gli affetti, il mondo che li attraversa. Scoprono che in questa strana malattia della coscienza vigile, affilata con costanza da un lungo lavoro, prende forma l’unico rimedio possibile: il diventare sempre più pazienti, orgogliosi del loro anomalo morbo”3. Questa scrittura mira alla conoscenza di sé, attraverso un percorso che non può non essere unico e irripetibile e che non è in nessun modo tranquillizzante. La scrittura non è un medicamento che liberi dal dolore, ma è un “vaccino che svilupperà antidoti giovevoli”4, un modo per curare le ferite “senza rimarginarle del tutto”5. È comunque una pratica clinica perché “è clinico ogni sguardo immedesimato, partecipante, empatetico, non solo verso gli altri, ma anche verso se stessi”6.

L’autobiografo scrive “per dubitare”: scrivendo crede di rispondere al mondo e ai suoi enigmi, ma il mondo risponde con altri enigmi, e a questo punto “altra via non resta, chinare il capo e continuare a scrivere”7.

Bisogna anche considerare che la scrittura attiva processi psichici non facili da definire. Morpurgo sostiene che “l’io che scrive, scrive cose che non sa di sapere”8. Starobinski afferma che “l’oggetto da interpretare [il nostro Sé] e il discorso interpretante [la scrittura autobiografica] si legano per non lasciarsi più. Formano un essere nuovo composto da una doppia sostanza. Noi ci appropriamo dell’oggetto, ma si può anche dire che esso ci attira a sé, alla sua presenza accresciuta e divenuta più evidente. [In questo modo] noi vi ritroviamo noi stessi”9. Come dire che la scrittura, dotata di una componente imponderabile che individua e porta alla luce alcuni nostri aspetti che noi stessi ignoriamo, si connette intimamente con il nostro sé al punto da diventare il linguaggio del nostro sé, il modo in cui esso si esprime e si definisce.

È interessante anche quanto scrive Hanna Segal a proposito della creatività, che si presta ad essere applicato alla narrazione autobiografica: “l’atto di creazione in profondità ha che fare con un ricordo inconscio di un mondo interno armonioso e con l’esperienza della sua distruzione (…). L’impulso [dell’artista, dello scrittore] è di recuperare e di ricreare questo mondo perduto. I mezzi per compiere questo hanno a che fare con l’equilibrio tra elementi «brutti» ed elementi «belli»10, tra oggetti interni cattivi e altri buoni. La mente di chi scrive armonizza frammenti, collega parti incomplete, “linee interrotte”, cercando di dar loro forma, di sintonizzarle in un nuovo orizzonte di senso, pur con la consapevolezza che il proprio lavoro riparativo non è mai completo. Riparare non significa annullare completamente il danno, ma contenerne le ricadute destabilizzanti, attivare il pensiero per costruirne una rappresentazione diversa, per disinnescare le componenti più difficili da accettare e favorire la loro pensabilità attraverso un’osservazione intima effettuata da una nuova prospettiva.

Va anche ricordato che la narrazione di per sé non è garanzia di riparazione dei contenuti psichici dolorosi. Ad esempio le nostre narrazioni quotidiane hanno nella maggior parte dei casi la funzione di confermare e rafforzare la nostra visione del mondo e si mettono quindi inconsciamente al servizio della coazione a ripetere. In alcune narrazioni autobiografiche si può individuare una “cristallizzazione del campo” collegata alla formazione di un “bastione”, cioè di un nucleo profondo di contenuti di pensiero che l’autore non vuole mettere in gioco perché il rischio di perderli lo “ridurrebbe in uno stato di estrema debolezza, vulnerabilità, disperazione”11. Ogni individuo ha i propri bastioni e tende a tutelarli per non sentirsi smarrito. La loro presenza viene segnalata da forme di difesa che si manifestano, ad esempio, nella sottolineatura, esplicita o implicita, di una propria superiorità morale o intellettuale, della propria ideologia, della propria professione, della distinzione sociale, dell’idealizzazione di sé. Una delle funzioni fondamentali della scrittura autobiografica è aiutare il soggetto a rendersi conto dell’esistenza di questi bastioni per poterne attenuare gradualmente la rigidità. Kris (1955) direbbe che l’autobiografo deve comprendere, affrontare e smontare poco alla volta il suo “mito personale”, ovvero la propria rappresentazione inattaccabile di sé, la definizione forte e inappellabile della propria identità. Il mito personale, come precisa Starace (2004), è un dato non elaborato, difficile da modificare. È uno schermo protettivo vero in sé, che esorcizza ogni tentativo di risignificazione di eventi dolorosi e ogni trasformazione.

Vengono alla mente, a questo proposito, le parole di Recalcati12: il trauma – come i grandi amori – vuole essere per sempre … [è] qualcosa [che] non può più essere dimenticato, insiste a ripetersi e a pungere il soggetto. Esso tende a ritornare sempre allo stesso posto, a opporsi a ogni attività di simbolizzazione”. La narrazione autobiografica priva il trauma di queste sue caratteristiche e lo fa accedere al pensiero e alla simbolizzazione.

In conclusione, torniamo al tema del narcisismo. Tutti gli aspetti evidenziati relativi alle dinamiche psichiche attivate dalla scrittura autobiografica producono nell’autore una concezione di sé duttile, complessa, profonda. Se si vuole parlare di narcisismo a proposito della scrittura autobiografica, non si troverà quello che è stato definito da Rosenfeld (1964) “narcisismo dalla pelle dura” e da Akhtar (1989, 2000) e da Cooper “narcisismo overt”, che consiste in una visione grandiosa di se stesso e delle proprie presunte capacità e che spinge il soggetto a considerarsi unico e dotato di qualità eccezionali. Piuttosto si può parlare di una forma di narcisismo minore, misurato, prodotto da un’immagine di sé meno sfuggente, meno bidimensionale, meno schematica e più complessa, ambivalente, profonda, non del tutto rassicurante ma aperta al presente e al futuro. Un narcisismo da intendersi come quella necessaria autostima che deriva dall’essersi riappropriati della propria vita e della propria immagine di sé grazie ad un lavoro mentale paziente e spesso difficile.

3.8 Narrazione trans-autobiografica e riparazione

Abbiamo parlato di riparazione soprattutto a proposito della narrazione autobiografica. Ricordiamo che Sigmund Freud e Melanie Klein hanno un’idea radicalmente diversa degli effetti e delle ricadute della creatività e dell’arte sul soggetto. Freud (1907) è convinto che l’arte sia appagamento di desiderio, un modo per correggere la realtà ritenuta insoddisfacente e frustrante e in ciò sarebbe analoga al gioco dei bambini e al fantasticare dell’adulto. Inoltre l’arte, sempre secondo Freud (1913), è difesa, consolazione, sublimazione, espressione del pensiero magico. Per Melanie Klein (1953) invece l’arte ha una funzione ben più curativa, infatti apre le porte alla riparazione, consente di intervenire sulle ferite del nostro mondo interno e, appunto, di ripararle.

La narrazione trans-autobiografica trova la sua potenzialità riparativa in primo luogo nella creatività, che consente di contaminare realtà e fantasia, fedeltà e infedeltà, rispetto dell’esistente e sua modificazione, reale e possibile. La forza e l’efficacia del “tradimento creativo” intrinseco all’approccio trans-autobiografico derivano dal fatto che l’ambito mentale in cui si colloca questa narrazione coincide con lo spazio potenziale di cui parla Winnicott (1971b,c), luogo della mente che fa dialogare e intreccia disposizioni psichiche antitetiche: il sé e il non-sé, il mondo interno e la realtà esterna, il principio di realtà e il principio di piacere, l’oggetto soggettivo e l’oggetto oggettivo, che si incontrano per far germinare un pensiero duttile, insaturo, aperto che ha ricadute riparative e che pertanto è orientato alla cura di sé da parte dell’autore.

La funzione “terapeutica” della scrittura trans-autobiografica trova uno dei suoi punti di forza nella distanza tra lo scrittore e la storia narrata, la cui ampiezza può variare a seconda degli argomenti trattati, dell’intensità delle emozioni connesse agli eventi narrati, del genere letterario, ma che dipende soprattutto dalla sensibilità, dalla visione del mondo e dalla disposizione mentale di chi scrive. Si tratta di una distanza che è comunque superiore a quella specifica della scrittura autobiografica. L’obiettivo della narrazione trans-autobiografica consiste nell’aiutare l’autore ad affrontare il proprio dolore con minore angoscia, ad alleggerire le emozioni, ad attenuare il disagio connesso ad alcuni snodi della propria esistenza.

La forza riparativa del pensiero trans-autobiografico è legata anche al suo collocarsi in buona parte nella terra di mezzo del Preconscio, che non prescinde dal Conscio né dall’Inconscio, ma attinge dall’uno e dall’altro, mantenendo una “giusta distanza” da entrambi e galleggiando nella sfera del possibile. Un possibile creativo, nel senso che il mondo della narrazione trans-autobiografica, a differenza di quello della realtà esterna e di quello dell’inconscio, viene costruito e controllato dall’autore, che lo osserva dall’alto (come mostrato mirabilmente dall’Ariosto), o comunque da una prospettiva esterna che gli consente di prendergli le misure e di gestirne in qualche modo le emozioni e le dinamiche cognitive. Con la consapevolezza che non si può trattare di un controllo onnipotente; che ci si aggira nel territorio del gioco; che le difese non vanno eliminate né rafforzate oltre misura, ma si possono utilizzare per quel tanto che servono; che si può dire ma si può anche tenere sotto silenzio13; che i nuclei proto-narrativi che stiamo mettendo in campo e i modi in cui si connettono, orientando la storia, si possono imporre anche indipendentemente dalla nostra volontà.

In particolare in questo tipo di narrazione si può notare che l’autore, come direbbe Fonagy, “sta giocando a far finta14. Per capire il significato e le implicazioni di questa disposizione psichica bisogna rifarsi ai modi in cui il bambino organizza il suo pensiero. Intorno ai 3-4 anni di età, egli mette in relazione le esperienze esterne e il proprio mondo interno secondo due assunti mentali: il primo “serio”, si basa sull’implicita convinzione che il modo in cui egli rappresenta nel proprio pensiero la realtà esterna, il modo in cui la rappresentano gli altri e la stessa realtà esterna nella sua oggettività siano perfettamente coincidenti; il secondo assunto, ludico, si manifesta nel gioco in cui “fa finta” (ad esempio può fingere di essere un poliziotto oppure che un pezzo di legno sia una spada magica). Il “far finta” prevede la condivisione con almeno un’altra persona (presente o solo immaginata) di una serie di condizioni di accettabilità dell’attività giocosa che si sta svolgendo, e quindi presuppone un dialogo tra due o più menti che utilizzano gli stessi assunti. Il primo tipo di pensiero è detto “modalità dell’equivalenza psichica”, il secondo “modalità del far finta”. In quest’ultimo il bambino è consapevole che la sua esperienza interna non riflette quella esterna, ma la sua mente costituisce un ponte che connette le due dimensioni, pur conservandone la distinzione.

Entrambi i tipi di pensiero sono importanti perché consentono di porre in relazione la realtà esterna e quella interna in modo che siano vissute come collegate (“equivalenza psichica”) ma allo stesso tempo distinte (“far finta”). La scrittura trans-autobiografica parte da una disposizione mentale “seria”, in parte rapportabile all’equivalenza psichica, in quanto il pensiero autobiografico si basa su un recupero della storia dell’autore e di una sua mentalizzazione realistica, lontana da ogni consapevole finzione. Su di essa poi si innesta una voluta trasformazione ludica e creativa delle trame, dei personaggi, dei valori, delle emozioni che rientra nei parametri del “far finta”.

La modalità del far finta in ambito trans-autobiografico ha effetti riparativi perché crea una prospettiva diversa, giocosa da cui osservare la propria storia che si può modificare in modi più o meno radicali e profondi. Nell’autore si genera così un pensiero sganciato da un’adesività alla consueta rappresentazione di sé e produttore di “leggerezza” nell’accezione di Italo Calvino (1988), intesa come valore e non come difetto, come conquista interiore mai definitiva, ma da coltivare con impegno e dedizione, legata a una trasformazione del proprio sguardo su sé e sulla realtà. Una “leggerezza pensosa [che] può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”15, “che si crea nella scrittura” e che la letteratura ci rende disponibile attraverso “stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo”16.

Per spiegare come si attiva il processo di elaborazione reso possibile dalla scrittura trans-autobiografica riprendiamo le categorie di Bion. Abbiamo accennato che nell’impostazione teorica di questo psicoanalista, le emozioni e le sensazioni grezze, non pensabili, sono elaborate da una funzione della nostra mente che l’autore definisce funzione alfa. Se questa si attiva in modo efficace dà origine a immagini inconsce definite “elementi alfa”, se invece l’elaborazione fallisce, quelle emozioni-sensazioni non elaborate vengono espulse sotto forma di “elementi beta”, che pertanto non possono accedere al pensiero. Questo accade nel contesto psicoanalitico, ma nella scrittura autobiografica e ancor più in quella trans-autobiografica difficilmente ci troviamo ad affrontare emozioni del tutto non pensabili connesse a contenuti rimossi e ad eventi traumatici non elaborati. Il pensiero autobiografico e trans-autobiografico si trova dunque a fare i conti non con elementi beta, ma con quelli che abbiamo definito “residui beta17, entità diverse dagli elementi beta e anche dagli elementi alfa, in quanto si collocano a metà tra ciò che è diventato pensabile grazie a un’attivazione efficace della funzione alfa e ciò che non è stato elaborato e viene evacuato, rimanendo del tutto escluso dal pensiero. Il residuo beta è un contenuto psichico che è stato elaborato solo in parte e si aggira nella mente come nucleo oscuro di senso; non viene espulso, ma nemmeno è completamente accessibile al pensiero. In sostanza, mentre l’elemento beta è il non-pensabile, il residuo beta è il non-ancora-pensabile che fluttua nella dimensione preconscia della mente. Da alcuni studi che abbiamo effettuato in passato, relativi in particolare alle arti visive, alla scrittura creativa e al testo del caso clinico, abbiamo individuato questa entità che costituisce una falla nel processo di attribuzione di significati, un inceppamento del pensiero. L’analista, ad esempio, intraprende il lavoro di stesura di un caso clinico per ri-pensare alcuni “residui beta”, frammenti di materiale clinico rimasti in ombra, non del tutto elaborati, che si aggirano alla periferia del suo pensiero come nuclei di senso oscuri, zone d’ombra non ancora concettualizzate, che conservano tracce delle emozioni e sensazioni grezze che hanno in parte resistito all’attivazione della funzione alfa. Nell’apparato di varianti disponibile nell’edizione critica di un testo letterario, si può notare che i successivi interventi correttori dell’autore sono orientati a elaborare alcuni residui beta per renderli accessibili al pensiero, benché questi manifestino non di rado una certa resistenza all’assimilazione18.

Il fatto che i residui beta non siano inconsci, ma preconsci, è fondamentale per capire la portata conoscitiva e anche riparativa resa possibile dalle narrazioni autobiografiche e trans-autobiografiche. Queste non possono raggiungere l’Inconscio, non possono elaborare gli elementi beta né recuperare contenuti rimossi o penetrare in settori scissi della personalità. La sfera mentale alla quale possono accedere è quella del Preconscio e del Conscio. Ciò non significa che l’inconscio resti del tutto escluso da queste narrazioni: le dinamiche del “processo primario”19 possono emergere in alcune fasi del pensiero creativo; anche le fantasie inconsce di ascendenza freudiana e kleiniana, benché “sotto traccia”, sono determinanti, come lo è lo logica simmetrica di cui parla Matte Blanco20. Ma il territorio psichico in cui si svolge la maggior parte delle operazioni di pensiero coinvolte nelle narrazioni che stiamo osservando è quello preconscio e conscio. Il livello di profondità che possono raggiungere è ben diverso da quello della psicoanalisi, come diversi sono i bisogni di autoconoscenza di chi si affida alla scrittura e di chi ricorre allo psicoanalista.

Qualche altro aspetto della scrittura trans-autobiografica dotato di effetti riparativi.

Ferenczi, psicoanalista della cerchia di Freud che poi venne espulso dalla Società Psicoanalitica per alcune sue deviazioni dall’ortodossia teorica e clinica, con alcuni suoi pazienti aveva introdotto la pratica delle “fantasie indotte”21. Se il paziente non parlava perché, a suo dire, non gli veniva in mente niente, Ferenczi lo invitava a inventare le fantasie che spontaneamente non riusciva a produrre. Dopo un iniziale disappunto, l’analizzando provava e con il passare del tempo si accorgeva che quella strana attività gli procurava piacere e lo divertiva. Non solo, ma le sue fantasie rivelavano significati interessanti e acquisivano un incontestabile valore analitico. Qualcosa di analogo accade con la scrittura trans-autobiografica. Dopo un’iniziale possibile resistenza nei confronti della fantasia, ritenuta inconciliabile con la realtà storica, l’autore inizia a intuirne la funzione e si appassiona, la usa quel tanto che ritiene giusto e rimane piacevolmente sorpreso dai suoi effetti riparativi. Ha infatti prodotto una contaminazione tra due paradigmi, quello della cosiddetta “verità autobiografica” e quello dell’immaginazione, che produce un “surplus di visione”22. L’iniziale senso di destabilizzazione è causato dal fatto che la narrazione autobiografica si basa su una logica insolita e soprattutto straniante che però, quando viene accolta e accettata, attiva una importante trasformazione cognitiva e rende possibile una risimbolizzazione affettiva.

Decontestualizzando le parole di Maria Francesca Freda, affinché si attivi il processo riparativo generato dalla narrazione trans-autobiografica, è fondamentale che la persona “senta” che l’immaginazione consente di “riorganizzare creativamente (…) la matrice affettiva dei significati e dei pensieri” e che permette di attivare un “processo di costruzione di senso fondato sul sentire, riconoscere e trasformare [le proprie] esperienze emotive”23. Anche un’altra affermazione di Freda, che esportiamo dall’ambito propriamente clinico, risulta illuminante: “Le storie, in quanto costruzioni di teorie sul mondo e sugli eventi, a volte costituiscono delle zattere a cui aggrapparsi (…), sono un modo per chiudere un senso, definire una cornice, in una condizione in cui il dubbio e l’incertezza assumono aspetti persecutori”. Ma in altri casi “le narrazioni si possono porre al servizio del nuovo e dell’inedito come processo creativo di ricerca del senso”24. Questo secondo processo si riscontra nella narrazione trans-autobiografica, alla quale si può estendere anche il concetto di “sublimazione”, intesa da Ambrosiano e Gaburri come “frutto di una spinta a diventare che travalica in parte i traumi e le vicende storiche di ciascuno”25, come modalità di funzionamento psichico che “favorisce la salute mentale e l’autoguarigione, aiuta a elaborare gli eventi non digeribili … allarga orizzonti e prospettive dell’io”26.

Un’ultima osservazione, che estrapoliamo ancora dai due autori sopra citati: “Per conoscersi l’individuo deve decentrarsi, traslocare dalla prima persona”27. Postura psichica che costituisce il fondamento della scrittura trans-autobiografica.

1 Carabba (2015), p. 385; il corsivo è nostro.

2 “Ricordo non è la parola giusta. Io sono quel tale in tenera età in fila nel corridoio e sono tutto quello che ho detto, a causa dei fili che collegano tutte le cose e i punti interni con quelli esterni … Ricordo – o forse sono – mio nonno seduto al pianoforte che suona a orecchio” (Carabba, 2015, pp. 38-39; i corsivi sono nostri).

3 Demetrio (2003), p. X.

4 Demetrio (2008), p. 15.

5 Ivi, p. 170.

6 Ivi, p. 327.

7 Demetrio (2011), p. 59.

8 Morpurgo (1987), p. 71.

9 Starobinski (2003), p. 26.

10 Segal (1991), pp. 111-112.

11 Baranger, M. e Baranger, W. (1990), p. 121.

12 Recalcati, M. (2014). Non è più come prima. Elogia del perdono nella vita amorosa. Milano: Raffaello Cortina, p. 72.

13 “La particolare relazione che mi lega al protagonista di questo libro [si tratta di un’autobiografia, ndr] mi consente di sapere molte cose di lui e mi impedisce di dirle tutte. È, questa, una delicatezza che gli devo” (Carabba, 2015, p. 165).

14 Fonagy, Gergely, Jurist, Target (2005). Allen, Fonagy (a cura di) (2008)).

15 Calvino (1988), p. 12.

16 Ivi, p. 9.

17 Barbieri, G.L. (2010a), (2010b), (2011).

18 Barbieri (2007).

19 Freud (1900), (1901).

20 Matte Blanco, (1975).

21 Ferenczi (1923).

22 Bachtin (1981).

23 Freda (2008), p. 161.

24 Ivi, pp. 201-202.

25 Ambrosiano, Gaburri (2013), p. 86.

26 Ivi, p. 89.

27 Ivi, p. 27.

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